12.9.04

Fahrenheit 9-11 Gli sbagli di Michael Moore sull'impero
Robert Jensen
Ho difeso "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore dalle critiche dei circoli istituzionali e conservatori secondo cui il film è propaganda di sinistra. Ciò non potrebbe essere più lontano dalla verità; c'è molta poca critica di sinistra nel film. In realtà, è difficile trovare nel film un qualsivoglia tipo di critica coerente.La triste realtà è che "Fahrenheit 9/11" è un brutto film, ma non per la ragione per cui viene attaccato dalla cultura dominante. In certi momenti è un film razzista. E l'analisi che sorregge i principali argomenti politici del film è sia pericolosamente incompleta, sia virtualmente incoerente.Ma, ben più importante, è un film conservatore che finisce con l'approvare una delle menzogne cruciali degli Stati Uniti, il che dovrebbe scaldare il cuore a quelle persone di destra che condannano Moore. E il vero problema è che molta gente di sinistra, liberale o progressista, sta tessendo le lodi del film, il che dovrebbe dirci qualcosa sulla natura impoverita della sinistra in questo paese.Dico tutto questo non per aggrapparmi a piccolezze o per insistere su difetti minori. Queste non sono piccole cose o piccoli disaccordi, ma questioni fondamentali che riguardano l'analisi e la coerenza. Ma prima di argomentare in proposito, voglio parlare di ciò che il film fa bene.Le cose buonePer prima cosa, Moore mette in luce la privazione del diritto di voto avvenuta soprattutto a danno degli elettori neri in Florida nelle elezioni 2000, uno scandalo politico che i notiziari dei media istituzionali statunitensi hanno ampiamente ignorato. La sequenza in cui, in una sessione congiunta del Congresso, alcuni membri del Congressual Black Caucus (organo congressuale dei neri negli USA - N.d.T.) non riescono ad ottenere che un senatore firmi la loro petizione (una richiesta procedurale) per autorizzare un dibattito pubblico sulla questione, è un potente atto d'accusa non solo verso i Repubblicani che hanno perpetrato la frode, ma anche verso la leadership democratica che ha rifiutato di opporsi.Moore fornisce anche una critica tagliente delle pratiche di reclutazione militare statunitense, con alcune sequenze sorprendenti in cui cacciatori di reclute rastrellano cinicamente le zone a basso reddito in cerca delle prede, sproporzionatamente non bianche. Il film effettivamente demolisce anche l'uso fatto dall'amministrazione Bush, dopo l'11 settembre, della tattica della paura per portare l'opinione pubblica ad accettare la sua politica di guerra."Fahrenheit 9/11" fa anche un buon lavoro nel mostrare gli effetti della guerra sui soldati statunitensi: vediamo soldati morti e mutilati, e vediamo come l'attuale logica di guerra deformi molti di loro anche dal punto di vista psicologico. E il film dedica attenzione alle vittime della guerra statunitense, mostrando gli iracheni sia prima dell'invasione, sia dopo, e li mostra come esseri umani, non come oggetti da strumentalizzare per i propri scopi.Il problema è che questi elementi positivi non si sommano per dar luogo ad un buon film. E' un peccato che il talento e la predisposizione scenica di Moore non siano messe a servizio di un'analisi chiara e fondata, potenzialmente efficace per qualcosa che vada oltre la sconfitta di George W. Bush [alle elezioni] 2004.Sottile razzismoCome posso descrivere razzista un film che mette il luce la privazione del diritto di voto degli elettori neri, e che denuncia il modo in cui viene data la caccia ai giovani appartenenti alle minoranze a basso reddito per reclutarli nell'esercito? La mia affermazione non è che Moore sia apertamente razzista, ma che il film inconsciamente replica un razzismo più sottile, del tipo che tutti dovremmo combattere per resistere.Per prima cosa, c'è una sequenza in cui viene invocato il peggior tipo di detestabile sciovinismo americano, in cui Moore mette in ridicolo la "coalizione dei volonterosi" dell'amministrazione Bush, cioè le nazioni schierate per appoggiare l'invasione dell'Iraq. A parte l'Inghilterra, non c'è stato un sostegno militare significativo da parte di altre nazioni, e dunque non una vera coalizione, cosa che Moore ha ragione di far notare. Ma quando elenca i paesi della cosiddetta coalizione, usa immagini che hanno sfumature razziste. Per descrivere la Repubblica di Palau (una piccola isola del Pacifico), Moore sceglie un immagine stereotipata di una danza indigena, mentre la Costa Rica è rappresentata da un uomo su un carro trainato da animali. Sullo schermo appaiono immagini di scimmie che saltellano durante un discussione su una presunta offerta del Marocco di mandare scimmie a ripulire le mine terrestri. Per mettere in ridicolo la propaganda di Bush su questo argomento, Moore usa queste immagini e un esagerata voce fuori campo, ed essenzialmente il suo messaggio è: "Che razza di coalizione è, con dei paesi tanto arretrati?". Moore potrebbe argomentare che non era questa la sua intenzione, ma non è solo questione di intenzione; siamo tutti responsabili di come incappiamo in questo tipo di stereotipi.Più sottile ed importante è il riferimento di Moore ad un razzismo in cui si prospetta una solidarietà tra gruppi dominanti bianchi e non, in patria, attraverso la demonizzazione del "nemico" straniero, che di questi tempi ha un volto arabo e sud asiatico. Per esempio, nella sequenza sull'infiltrazione di gruppi pacifisti da parte di tutori dell'ordine, la videocamera passa quasi esclusivamente sui volti bianchi (ho notato un uomo asiatico nella scena) del gruppo pacifista Fresno, e chiede come si possa immaginare che tra questa gente vi siano dei terroristi. Non c'è considerazione del fatto che gruppi Arabi o Musulmani che si dedicano ugualmente al pacifismo sono normalmente perseguitati e devono costantemente dimostrare di non essere terroristi, proprio perché non bianchi.L'altro esempio di repressione politica che viene offerto da "Fahrenheit 9/11" è la storia di Barry Reingold, che è stato ispezionato da agenti dell'FBI dopo aver fatto delle osservazioni critiche su Bush e sulla guerra, mentre si allenava in una palestra in Oakland. Reingold, un telefonista bianco in pensione, non è stato arrestato ne accusato di nessun crimine. Gli agenti l'hanno interrogato e poi l'hanno rilasciato. Questo è il simbolo della repressione? In un paese dove centinaia di arabi, sud asiatici e musulmani sono stati scaraventati in detenzione segreta dopo l'11 Settembre, questo è l'esempio che Moore sceglie di mettere in evidenza? Il solo riferimento nel film a quegli arresti del dopo 11 Settembre è un'intervista ad un ex agente dell'FBI a proposito di alcuni sauditi a cui era stato permesso di lasciare gli Stati Uniti subito dopo l'11 Settembre, e sembra che Moore faccia menzione di questi arresti solo per evidenziare il contrasto con il trattamento privilegiato presumibilmente riservato ai cittadini sauditi.Quando ho fatto questa osservazione ad un amico, lui ha difeso Moore dicendo che l'intenzione era quella di raggiungere un pubblico ampio, che probabilmente è in gran parte bianco, e che probabilmente voleva usare esempi che questa gente potesse aver presenti. Dunque, è accettabile assecondare un'audience bianca e drammatizzare esageratamente i suoi rischi limitati, ignorando i danni realmente gravi perpetrati sui non bianchi? Un regista di talento non avrebbe potuto raccontare storie di gravi persecuzioni, in modo che anche non arabi, non sud asiatici, non musulmani, potessero provare empatia?Una brutta analisi"Fahrenheit 9/11" è grande nel modo in cui suscita emozioni, e nel sollevare domande sul perché gli Stati Uniti abbiano invaso l'Afghanistan e l'Iraq dopo l'11 settembre, ma è estremamente debole nel rispondere a queste domande in un modo anche solo marginalmente coerente. Nella misura in cui il film ha una tesi, questa sembra essere che la guerra è un prodotto delle politiche personali della corrotta dinastia dei Bush. Concordo con l fatto che la dinastia dei Bush sia corrotta, ma l'analisi che il film offre è sia internamente inconsistente, sia estremamente limitata nella comprensione storica, e quindi, poco logica.L'amministrazione Bush è piena di ideologi fanatici? è vero. Le sue azioni dall'11 Settembre a oggi sono state incoscienti e hanno messo a rischio il mondo intero? è vero. E nel perseguire queste politiche, ha arricchito i suoi grassi amici? è vero.Ma è un serio errore credere che queste guerre possano essere spiegate focalizzandosi così esclusivamente sull'amministrazione Bush e ignorare il chiaro andamento generale della politica estera e delle politica militare statunitensi. In breve, queste guerre non sono una svolta netta rispetto al passato, ma piuttosto dovrebbero essere viste come un'intensificazione di politiche in atto da tempo, influenzate dalla confluenza dell'ideologia di questa particolare amministrazione e dalle opportunità createsi con gli eventi dell'11 Settembre.Vediamo in primo luogo come Moore ci parla dell'invasione USA dell'Afghanistan.Vi è un filmato in cui l'ex funzionario anti terrorismo Richard Clarke si lamenta del fatto che la risposta dell'Amministrazione Bush all'11 Settembre in Afghanistan è stata "lenta e di piccola entità", insinuando che avremmo dovuto attaccare più repentinamente e con un maggior impiego di mezzi. Il film non fa nulla per mettere in dubbio questa valutazione, lasciando intendere agli spettatori che Moore concorda. Si ritiene forse giustificata una campagna di bombardamenti che ha ucciso almeno tanti afgani innocenti quanti americani l'11 Settembre? Si ritiene forse appropriata una risposta militare, e che avrebbe dovuto solo essere stata più intensa, in modo da garantire ancora più vittime civili? Si pensa forse che una strategia militare, che molti esperti ritengono aver ostacolato l'applicazione di leggi anti-terrorismo più routinarie ed efficaci, sia stata una mossa intelligente?Moore suggerisce anche che la vera motivazione dell'amministrazione Bush nell'attaccare l'Afghanistan sia stata quella di assicurarsi il percorso per un gasdotto dal bacino del Caspio al mare. E' vero che la Unocal aveva cercato di realizzare tale gasdotto, e che ad un certo punto i funzionari talebani furono corteggiati dagli Stati Uniti quando sembrò che l'affare si potesse realizzare. Moore sottolinea che i funzionari talebani andarono in Texas nel 1997 quando Bush ne era il governatore. Evita di sottolineare che tutto questo è successo con l'amministrazione Clinton al tavolo dei negoziati. E' altamente improbabile che dei politici di professione vadano in guerra solo per un gasdotto, ma anche se ciò fosse plausibile, è chiaro che sia i Democratici che i Repubblicani sono stati coinvolti nello stesso modo in quei particolari progetti.Il pezzo forte dell'analisi di Moore della politica statunitense in Medioriente è la relazione della famiglia Bush con i sauditi e con la famiglia di bin Laden.Il film sembra argomentare che interessi d'affari, principalmente attraverso il gruppo Carlyle, hanno portato l'amministrazione a favorire i sauditi al punto da ignorare la potenziale complicità saudita negli attacchi dell'11 Settembre. Dopo aver mostrato la natura di quei rapporti d'affari, Moore insinua che i Bush sono letteralmente degli impostori.E' certamente vero che la famiglia Bush e i loro amici hanno relazioni con l'Arabia Saudita che hanno portato alcuni funzionari a chiudere un occhio sulle violazioni di diritti umani perpetrate dai sauditi, e sul sostegno che viene dato da molti sauditi a movimenti come al Qaida. Questo è vero per Bush, proprio come lo è stato per l'amministrazione Clinton e, in realtà, come lo è stato per tutti i presidenti dopo la seconda guerra mondiale.Fin da quando Roosvelt avviò dei negoziati con la Casa Saudita per offrire sostegno statunitense in cambio di collaborazione nell'ambito del traffico di petrolio e dei profitti petroliferi, l'amministrazione statunitense è stata in combutta con i sauditi. La relazione è in qualche modo tesa, ma continua, tra alti e bassi, ed entrambe le parti ottengono almeno qualcosa di ciò gli serve dall'altro. Concentrarsi sui rapporti d'affari della famiglia Bush trascura questa pezzo di storia e incoraggia gli spettatori a vedere il problema come specifico di Bush. Un'amministrazione Gore avrebbe trattato i sauditi in modo diverso dopo l'11 Settembre? Non c'è ragione di pensarlo, e Moore non fornisce prove o argomenti del perché avrebbe dovuto essere così.Questa però è la sola parte nella storia della politica statunitense in medioriente in cui i sauditi rivestono un ruolo, e senza essere i soli. Gli Stati Uniti hanno fatto accordi con altri governi della regione che erano disposti ad appoggiare i propositi statunitensi di controllo di quelle risorse energetiche. I sauditi sono cruciali in questo sistema, ma non sono i soli. Egitto, Giordania e altri emirati del Golfo hanno giocato un ruolo, come l'Iran ai tempi dello Shah. E come fa, in modo cruciale, Israele. Ma non si fa menzione di Israele nel film. Sollevare la questione della politica statunitense in medioriente senza affrontare il ruolo di Israele come mandatario degli Stati Uniti, è, come minimo, un'omissione significativa. Non è chiaro se Moore appoggi realmente i crimini di Israele, e il relativo sostegno statunitense, o se semplicemente non afferri la questione.E che dire dell'analisi dell'Iraq?Moore ha ragione nel far notare che l'appoggio statunitense per l'Iraq negli anni '80, quando la guerra di Saddam Hussein in Iran era considerata favorevolmente dai politici statunitensi, è stato un punto cruciale della politica di Reagan e di Bush I fino alla Guerra del Golfo. E ha ragione nel far notare che l'invasione e l'occupazione di Bush II hanno causato grosse sofferenze in Iraq. Ciò che manca sono gli otto anni intercorsi in cui l'amministrazione Clinton ha fatto uso dell'embargo economico più duro della storia moderna, e di bombardamenti regolari per devastare ulteriormente un paese già devastato. Evita di far notare che Clinton ha ucciso più iracheni con quella politica, di quanti ne abbiano uccisi entrambi i presidenti Bush. Evita di menzionare l'attacco di Clinton all'Iraq nel 1998 con missili cruise, che è stato illegale quanto l'invasione del 2003.Non è difficile argomentare che gran parte del resto del mondo capisce il senso delle politiche statunitensi in Iraq e in Medioriente: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno costituito una potenza dominante in medioriente, tramite la costruzione di un sistema che, minando alla base un qualsiasi tipo di nazionalismo pan-arabo, cerca di mantenere gli stati arabi deboli e controllabili (e di conseguenza non democratici), e che usa gli alleati come piattaforme e come surrogati del potere statunitense (come Israele e come l'Iran ai tempi dello Shah). Lo scopo è il controllo (non la proprietà, ma il controllo) delle risorse energetiche strategicamente cruciali della regione, e dei profitti che ne derivano, che in in un mondo industriale basato sul petrolio, è una fonte incredibile di potere nel condizionare avversari come l'Unione Europea, il Giappone e la Cina.L'invasione dell'Iraq, per quanto pianificata ed eseguita con incompetenza dall'amministrazione Bush, è consistente con questa politica.Questa è la spiegazione più plausibile per la guerra (d'ora in poi non serve più riflettere sull'ormai dimenticata razionalizzazione delle armi di distruzione di massa e sulla presunta minaccia rappresentata dall'Iraq per gli Stati Uniti). La guerra è stata un azzardo da parte della gang di Bush. Molti nell'establishment della politica estera, inclusi dei fidati di Bush I come Brent Scowcroft, si sono dichiarati pubblicamente contrari ai piani di guerra, che ritenevano avventati. Se l'azzardo di Bush, in puri termini di potere, darà i suoi frutti oppure no, è ancora da vedere.Quando il film affronta tale questione direttamente, che analisi offre Moore delle motivazioni per guerra in Iraq? Un familiare di un militare morto chiede "per che cosa?", e Moore sposta la telecamera su dei soggetti che esemplificano la speculazione di guerra. Questa sequenza evidenzia in modo molto appropriato la natura di avvoltoi delle imprese che hanno beneficiato della guerra. Ma Moore vuole davvero farci credere che è stata intrapresa una guerra tanto imponente perché la Halliburton e altre aziende potessero incrementare i loro profitti per qualche anno? E' vero, la speculazione di guerra c'è, ma non è la ragione per cui le nazioni vanno in guerra. Questo tipo di analisi distorta aiuta a tenere l'attenzione dello spettatore incentrata sull'amministrazione Bush, rilevando gli stretti legami tra queste aziende e i funzionari di Bush, anziché sul modo abituale in cui le aziende americane fanno profitti in nome del Dipartimento della Difesa, indipendentemente da chi si trovi alla Casa Bianca.La sintesi di tutto ciò si ha nel momento in cui Lila Lipscomb, la madre di un ragazzo ucciso in guerra, va in visita alla Casa Bianca nell'emozionante scena finale e dice che ora sa a chi indirizzare tutto il suo dolore e la sua rabbia. Questo è il messaggio del film: è tutta colpa dell'amministrazione Bush. Se è così, la conclusione ovvia è mandare via Bush dalla Casa Bianca, così che le cose possano tornare... a cosa? Tornerò sulle questioni di strategia politica alla fine, ma per ora è importante capire come questo tentativo di rappresentare Bush come qualcuno che ha perseguito delle politiche radicalmente diverse è una pessima analisi e porta a fraintendere la minaccia che gli Stati Uniti costituiscono per il mondo. Certo, Moore assesta anche un paio di colpi ai Democratici al Congresso per non aver fermato la folle corsa alla guerra in Iraq, ma l'attenzione è sempre sui particolari crimini di George W. Bush e della sua gang.Un film conservatoreL'affermazione secondo cui "Fahrenheit 9/11" è un film conservatore potrebbe suonare in qualche modo ridicola. Ma il film approva una delle bugie cruciali che gli Americani si raccontano, cioè che l'esercito statunitense combatte per la nostra libertà. Questa rappresentazione dell'esercito come forza difensiva nasconde la dura realtà secondo cui l'esercito è usato per proiettare il potere statunitense in tutto in mondo e per assicurargli il dominio, non per difendere la libertà di chicchessia, in patria o all'estero.Invece di affrontare questa favola, Moore la usa nel finale del film. Sottolinea, accuratamente, l'ironia del fatto che chi beneficia in minima parte del sistema statunitense - i poveri cronici e chi appartiene alle minoranze - è la stessa gente che si arruola nell'esercito. "Si offrono di dare la loro vita per la nostra libertà" dice Moore, e tutto ciò che chiedono in cambio è di non essere messi in pericolo a meno che non sia necessario. Dopo la guerra in Iraq, si domanda, "avranno ancora fiducia in noi?".E' indubbiamente vero che molti che si arruolano nell'esercito credono che andranno a combattere per la libertà. Ma dobbiamo distinguere tra la mitologia che molti interiorizzano e a cui possono credere sinceramente, dalla realtà del ruolo dell'esercito statunitense. Il film include alcuni commenti di soldati che mettono in dubbio questa stessa affermazione, ma la narrazione di Moore implica che in qualche modo una gloriosa tradizione di impegno profuso dall'esercito statunitense nel proteggere la libertà, è stata ora infangata dalla guerra in Iraq.Il problema non è solo che la guerra in Iraq è stata fondamentalmente illegale ed immorale. L'intero corrotto progetto di costruzione di un impero è stato illegale ed immorale - ed è stato un progetto tanto dei Democratici che dei Repubblicani. I milioni di morti in tutto il mondo - in America Latina, in Africa, nel Medio Oriente, nel sud est asiatico - come conseguenza delle azioni dell'esercito statunitense e delle guerre per delega, non si curano di quale partito statunitense stava muovendo le pedine e premendo il grilletto quando sono stati ammazzati. E' vero che gran parte del mondo odia Bush. E' anche vero che gran parte del mondo odia tutti i presidenti statunitensi dopo la seconda guerra mondiale. E per buone ragioni.Una cosa è esprimere solidarietà per la gente obbligata dalle condizioni economiche ad arruolarsi. Un'altra è assecondare le bugie che questo paese dice a se stesso sull'esercito. A dire il vero, non si tratta di irriverenza nei confronti di chi si arruola. Si tratta del nostro obbligo di cercare di prevenire guerre future in cui la gente sia mandata a morire non per la libertà, ma per il potere e per il profitto. E' difficile capire come possiamo farlo ripetendo le bugie della gente che pianifica queste guerre e ne trae beneficio.Strategia politicaLa difesa più comune che ho sentito dai liberali e dai progressisti a questo tipo di critiche a "Fahrenheit 9/11" è che, qualunque siano i suoi difetti, il film sprona la gente all'azione politica. Una riposta è ovvia: non c'è ragione per cui un film non possa spronare all'azione politica pur contenendo analisi intelligenti e difendibili e senza essere sottilmente razzista.Ma a parte questo, non è completamente chiaro se l'azione politica che questo film sprona vada molto al di là del votare contro Bush. Sul sito di Moore, il link "cosa posso fare?" suggerisce quattro azioni, tutte e quattro che mirano a capovolgere l'esito del voto. Queste risorse sul voto sono ben organizzate e utili. Ma non ci sono link ad organizzazioni di base che sono contro non solo il regime di Bush, ma anche contro l'impero americano più in generale.Concordo con il fatto che Bush dovrebbe essere cacciato dalla Casa Bianca, e se vivessi in uno stato strategico per l'esito del voto, considererei l'idea di votare democratico. Ma non credo che abbia senso a meno non nasca negli Stati Uniti un significativo movimento contro l'impero. In altre parole, anche se sconfiggiamo Bush e torniamo alla "normalità", siamo ancora nei guai. Normalità è la costruzione di un impero. Normalità è la dominazione statunitense, economica e militare, e la sofferenza che i popoli deboli in tutto il mondo patiranno di conseguenza. Questo non significa che gli elettori non possano giudicare un particolare uomo politico dedito alla costruzione di un impero più pericoloso di un altro. Non significa che qualche volta non dobbiamo fare delle scelte strategiche che ci portino a votare per qualcuno contro qualcun'altro. Significa semplicemente che dovremmo fare tali scelte con gli occhi aperti e senza illusioni. Questo appare particolarmente importante quando il probabile candidato presidenziale Democratico cerca di essere ancora più falco di Bush nell'appoggiare Israele, si impegna a continuare l'occupazione dell'Iraq, e non dice nulla sul rovesciare l'andamento generale della politica estera.Ad avere questa impressione, non sono il solo. Ironicamente, Barry Reingold - l'uomo dell'Oakland perquisito dall'FBI - è critico verso ciò che vede come messaggio principale del film. Come riportato dal San Francisco Chronicle, dice: "Penso che il proposito di Micheal Moore sia sbarazzarsi di Bush, ma io penso che si tratti di qualcosa di più di Bush. Penso che si tratti del sistema capitalista, che è iniquo." Ha continuato criticando Bush e Kerry: "Penso che siano entrambi pessimi. Io penso che in realtà Kerry è peggio perché dà l'illusione che farà molto di più. Bush non ha mai dato quell'illusione. La gente sa che è un amico dei grandi imprenditori."Nulla di ciò che ho detto in questo articolo è un argomento contro il proposito di raggiungere un pubblico più ampio e di cercare di politicizzare più gente. Questo è proprio ciò che provo a fare con il mio lavoro che consiste nello scrivere e nell'organizzarmi localmente, come fanno un gran numero di altri attivisti. La questione non è se raggiungere un pubblico ampio, ma con che tipo di analisi e di argomenti. Il suscitare emozioni e l'umorismo hanno il loro posto; gli attivisti con cui lavoro li usano. La questione è, queste emozioni suscitate, dove portano la gente?E' ovvio che "Fahrenheit 9/11" sfrutta molte paure e/o rabbie degli americani nei confronti di Bush e della sua banda di delinquenti. Questi sentimenti sono comprensibili, e li condivido. Ma i sentimenti non sono analisi, e l'analisi del film sfortunatamente non va molto oltre la sensazione che si esprime nel "è tutta colpa di Bush". Questo può piacere alla gente, ma è sbagliato. Ed è difficile immaginare come un movimento contro l'impero in grado di raggiungere degli obiettivi possa essere costruito sulla base dell'analisi di questo film, a meno che non la si contesti. Da qui la ragione di questo mio saggio.Il potenziale valore del film di Moore sarebbe realizzato solo qualora il film venisse discusso e criticato onestamente. E' vero, il film è sotto attacco da parte della destra, per motivi molto diversi da quelli che ho sollevato. Ma quegli attacchi non dovrebbero fermare chi si considera di sinistra, progressista, liberale, contro la guerra, contro l'impero, o chi semplicemente ne ha le scatole piene, dal criticare i difetti e i limiti del film. Io credo che la mia critica del film sia accurata e rilevante. Altri possono essere in disaccordo. Il dibattito dovrebbe essere incentrato sulle tematiche sollevate, con un occhio verso la questione della costruzione di un movimento contro l'impero. Stringersi attorno al film potrebbe portare troppo facilmente a stringersi intorno ad una brutta analisi. Stringiamoci invece intorno alla battaglia per un mondo migliore, la battaglia per smantellare l'impero americano.

19.3.03

MANIFESTO - POLITICA O QUASI
Sul bordo della vigilia
IDA DOMINIJANNI
«Il giorno della verità», come lo chiama nel suo linguaggio primitivo il presidente Bush, finisce duneue (è finito, per voi che leggete) stanotte alle due, le venti di ieri a Washington, quando l'uomo più potente del pianeta annuncerà che il dado è tratto, la politica non può più fare nulla e il gioco passa alle armi. E noi tutti siamo qui in attesa del discorso presidenziale, con l'antenna satellitare pronta a captare tempi e modi dell'ultimo ultimatum a Saddam e al mondo. In attesa che il Verbo si manifesti sullo schermo televisivo, passo velocemente in rassegna le altre vigilie di guerra che ci sono toccate in poco più di un decennio, e penso a quanta acqua è rapidamente passata sotto i ponti. Tutto era inedito e imprevedibile, per una come la sottoscritta che ha avuto la fortuna di nascere e crescere nella lunga parentesi di pace del secondo dopoguerra europeo, la sera del 17 gennaio del `91, quando le prime bombe squarciarono il buio del cielo sopra l'Iraq: il rumore della guerra, gli echi inconsci delle paure ereditati dalla generazione precedente che quel rumore lo conosceva e lo riconosceva, il ritmo alterato del giorno e della notte, la tecnica e i trucchi dell'informazione armata. Adesso tutto sembra già visto e prevedibile: scommettiamo sull'ora x, ci immaginiamo i suoni e le immagini, prepariamo le edizioni straordinarie, calcoliamo quanto ci metteranno gli uomini di Bush e Blair ad arrivare a Baghdad. Nel breve volgere di dodici anni, passando dall'Iraq all'Iraq attraverso l'ex Jugoslavia e l'Afghanistan, la guerra è già ridiventata, oltre che un normale strumento di intervento della politica di potenza, anche una tranche del nostro normale immaginario? «Si deve poter fare differenza fra la guerra in generale, se mai esiste, e questa guerra in particolare, posto che sia ancora una guerra e non si sia trasformata in qualcosa d'altro che ancora non sappiamo nominare né pensare», leggo nell'editoriale che presenta l'espressione, una nuova rivista di filosofia proposta dal Collettivo 33 (un gruppo di lavoro politico-culturale che, guarda caso, si è costituito proprio proprio sulla critica della parola d'ordine della «normalità» lanciata dalla sinistra riformista degli anni 90 come antidoto all'«eccezione» berlusconiana). Pensare questa guerra, e ogni guerra, nei suoi scarti dalla guerra è la prima mossa necessaria per opporsi alla normalità e alla normalizzazione della guerra. Mossa tutt'altro che ovvia, tuttavia. Tant'è che le interpretazioni in campo oscillano fra i due estremi della giustificazione della «guerra preventiva» come risposta eccezionale all'eccezionale trauma dell'11 settembre, e la sua condanna come quarto e insopportabile atto della continuità belligerante con cui la potenza americana mira dal `91 in poi a ricostruire l'ordine mondiale a misura propria. Continuità e discontinuità, ripetizione e differenza si intrecciano invece nel ripetuto ricorso alla guerra secondo modalità non ancora del tutto chiarite: se è vero da una parte che la dottrina della guerra preventiva, lanciata come risposta all'11 settembre, era stata in realtà accuratamente preparata lungo il decennio della riscossa dei neoconservatori americani saliti al potere con Bush; e che d'altra parte la costruzione del «nuovo ordine mondiale» è stata effettivamente intercettata, forzata e modificata dall'11 settembre. Il rumore sempre uguale di quattro guerre diverse, nel frattempo, ha coperto un arco di cambiamenti a mente fredda inimmaginabile nel giro di soli dodici anni, dal diritto internazionale certificato nella legge allo spaesamento interiore di ogni singolo abitante del pianeta globale. Apparentemente così simile alle altre, si annuncia una vigilia di guerra del tutto diversa dalle altre.
REPUBBLICA - L'invasione dell'Iraq è di fatto iniziata ieri sera
un discorso preparato durante il viaggio nelle Azzorre
La chiamata alle armi
dodici anni dopo
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - "Nel nome del potere sovrano di questa nazione e del giuramento solenne che ho fatto di difenderla, Saddam Hussein ha 48 ore per andarsene con i suoi figli". La nebbia di bugie e di speranze si dissolve alle otto di sera alla Casa Bianca, da dove finalmente George Bush dice al mondo quella verità che tutti aspettavamo, che soltanto l'eliminazione del dittatore risparmiato dal padre nel '91 può soddisfare il figlio e il suo bisogno di vendicare l'11 settembre 12 anni dopo. Saddam ha dunque fino alle 20 di domani ora di Washington, le due del mattino di giovedì ora italiana, per fuggire da Bagdad con i suoi figli. Poi "nel momento che noi sceglieremo" le prime delle tremila bombe cominceranno a cadere.

L'invasione dell'Iraq è, di fatto lanciata e resta da vedere se essa sarà un'invasione "pacifica" come Bush ha chiesto o se sarà un'invasione aperta dalla violenza, ma non ci sono dubbi sul fatto che entro pochi giorni, le armate anglo americane, le prime forze di potenze occidentali dunque cristiane chiamate a "liberare" o occupare una grande nazione araba e musulmana, saranno in azione. Dipenderà dalla improbabile fuga della famiglia del rais e dalla resa che Bush ha chiesto ai comandanti, ai soldati, alle truppe irakene, chiedendo a loro di "permettere l'ingresso pacifico dei vostri liberatori", di "non usare armi chmiche" di "non nascondersi dietro gli ordini", dunque di ammutinarsi. "Non distruggete i pozzi, che sono la vostra ricchezza, perché il giorno della liberazione è vicino".

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Poco importa che Kofi Annan abbia detto quello che tutti i governi, da Blair a Berlusconi, hanno ripetuto negli ultimi mesi, che un'invasione senza il sigillo della comunità internazionale sarebbe stata, come disse il nostro Presidente del Consiglio, "nefasta", dunque empia. Bush ha citato quasi distrattamente, nei suoi 14 minuti di discorso al mondo, i passi diplomatici, i 12 anni di risoluzioni ignorate, anche il tradimento di quella nazione, la Francia, che "non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità delle sue parole e agire per disarmare Saddam", più che un'accusa, un insulto. Le fondamente dell'invasione, non sono al Palazzo di Vetro, per questo Presidente, ma nella "sovranità" degli Usa e nel suo diritto dovere di "rimuovere il pericolo, prima che il giorno dell'orrore arrivi", appunto la guerra preventiva.

Washington avrebbe "preferito" la copertura delle Nazioni Unite, ma alle proprie condizioni, e Bush sembra soddisfatto di avere al fianco coloro "che ci stanno", senza preoccuparsi di un Consiglio di Sicurezza che ha "mancato alle sue responsabilità", perché questa invasione e occupazione dell'Iraq "non è questione di diritto, ma di volontà" e mai affermazione di unilateralismo imperiale fu più chiara e dura.

Altri potranno dibattere la legalità di questa invasione, pacifica o guerreggiata che sia, da giovedì prossimo, ma non Bush, che vede nel "giuramento sulla bibbia" la fonte della sua autorità, come un imperatore di sacri romani imperi. E questa decisione non è stata presa ieri, o neppure ieri l'altro, ma fu presa la mattina dell'11 settembre, quando Bush imboccò la strada verso l'ultimatum di ieri sera Nelle 12 ore di volo andata e ritorno dal lugubre incontro nelle Azzorre con Blair e Aznar, Bush si era già portato sull'Air Force One il suo speechwriter, per mettere a punto il discorso che ha letto ieri sera. Mentre in pubblico parlava ancora di "giornata decisiva" all'Onu, già lavorava in privato all' ultimatum che era stato previsto per martedì sera ed è stato anticipato a ieri lunedì E si capisce adesso meglio la spasmodica loquacità di Blair davanti alle telecamere e l'immusonita ruvidezza di un Bush che aveva l'aria di uno che sta perdendo tempo.

Infatti, la "storica giornata" della diplomazia è durata la miseria di 12 minuti, il tempo tra l'apertura degli uffici al Palazzo di Vetro alle 9.00 e le 9.12 quando gli ausiliari di Washington, gli Inglesi, sono andati davanti ai microfoni ad annunciare, con il perfetto accento da "public school" britannica di Sir Jeremy Greenstock, l'ambasciatore, che la risoluzione di compromesso proposta da Londra con la scadenza ieri era stata ritirata, per colpa di "uno stato membro", del cattivo di questo film tutto americano, la Francia. Usa, Regno Unito e Spagna, sarebbero andate avanti sfidando "la dubbia legalità" dell'attacco, come più tardi dirà un Kofi Annan ancora più immalinconito e depresso del suo solito. E alle 9 e 14, ora di New York e Washington, finita la passerella della Triplice Alleanza della Guerra in quel corridoio del Palazzo di Vetro, dove un drappo ha coperto da qualche settimana la riproduzione del "Guernica" di Picasso, giudicato dagli americani ormai politicamente scorretto, la Casa Bianca faceva sapere che l' ultimatum di Bush con il diktat a Saddam era stato anticipato a lunedì e che gli ispettori in Iraq avevano avuto l'ordine di andarsene.

La cappa di ineluttabilità, il senso di marcia inesorabile verso la "terra incognita" dell'occupazone di un Paese musulmano da parte di una potenza cristiana, si leggeva benissimo nel volto stanco di Colin Powell, spedito davanti alle telecamere per una sorta di atto di contrizione pubblico. Era un segretario di Stato patetico nella sua autodifesa dalle accuse velenose fatte circolare dai falchi vittorioso. "Hanno detto che non viaggio abbastanza - si giustificava il generale, il solo nella squadra di Bush che abbia visto e fatto la guerra davvero - ma è una leggenda, sono stato anche a Davos in Svizzera, ho incontrato i ministri degli esteri francese, russo, tedesco, cinese, prima di venire qui ho telefonato di nuovo a Parigi, a Berlino, a Beijing, al segretario generale Annan, ad Atene, a Madrid e oggi pomeriggio mi aspettano altre telefonate, vedete?". Un'esibizione che potrebbe essere il suo testamento politico.

Resta, nel film della immagini di questo giorno triste, la sequenza forse più struggente. George Bush che da solo, in completo blu con cravatta, gioca a pallone nel giardino delle Rose con il suo cocker spaniel Spotty, calciando di malavoglia la palla, laciandogli uno stecco, sotto gli sguardi del servizio segreto appostato dietro le colonne. Immagine casuale ed esemplare della solitudine dell'America alle soglie della guerra, e di un uomo che si fida ormai soltanto del suo cane. E che la prossima settimana dovrà presentare al Parlamento il primo conto della guerra: almeno 70 miliardi di dollari di finanziamento straordinario.

(18 marzo 2003)

15.3.03

STAMPA - Intervista a CHOMSKY

LA guerra è inevitabile?

«Temo stiano facendo tutto il possibile perché non si possa fare marcia indietro. Se la settimana prossima Hans Blix dicesse che in tutto il territorio iracheno non rimane nemmeno un temperino sarebbe lo stesso. L'Amministrazione Bush l'ha detto chiaro e tondo: vogliono un mutamento di regime, la questione dell'Onu è una farsa».

Perché Tony Blair e José Maria Aznar hanno deciso di giocarsi il futuro politico inseguendo gli Stati Uniti?

«Dobbiamo fare delle distinzioni. Dopo la seconda guerra mondiale il Regno Unito si è rassegnato al ruolo di socio di minoranza degli Stati Uniti, come ha ammesso il Foreign Office. Qualsiasi sia il tenore delle umiliazioni da subire o degli atti di barbarie da perpetrare, la Gran Bretagna non si smuove. L'alternativa è quella di unirsi all'Europa e diventare un paese come gli altri. Il caso della Spagna è diverso. A mio avviso, come per l'Italia di Berlusconi, è una questione di puro e semplice opportunismo. Preferiscono essere a fianco del capobanda anziché dell'85% delle rispettive opinioni pubbliche. Non perdiamo tempo a considerarli grandi statisti che sacrificano il consenso elettorale alle proprie convinzioni. C'è una scelta chiarissima: o con il potere o con la democrazia. E loro hanno scelto il potere».

A differenza della Turchia, ad esempio...

«Il governo turco ha fatto una cosa straordinaria e molti occidentali dovrebbero vergognarsi di fronte all'esempio della Turchia. Il 95% dei turchi è contro la guerra e sia il parlamento che il governo turchi ne hanno preso atto. Ecco cosa è la democrazia. Ma sono scettico sulla possibilità che il loro atteggiamento possa durare a lungo. Temo che in qualche modo gli Stati Uniti costringeranno la Turchia ad accettare»

In quale maniera?

«In primo luogo hanno armi economiche, come abbiamo visto. Inoltre, pur essendo formalmente una democrazia, la Turchia è ancora sotto un regime militare, rappresentato dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Significa che la minaccia di un colpo militare è costante. Sono stato in Turchia qualche settimana fa. Ho parlato in parecchie università e i miei amici turchi mi hanno spiegato che una buona percentuale del pubblico venuto ad ascoltarmi apparteneva alla polizia segreta. Gli intellettuali turchi sono degni di ammirazione. A differenza dei nostri, sono sotto minaccia costante e non soltanto esprimono le proprie opinioni ma si ribellano. Purtroppo, però, il potere militare deciderà di disattendere la risoluzione del parlamento e ha tutti gli strumenti per farlo».


Un colpo di stato?

«Non credo sia necessario. Il sistema di potere e di sicurezza della Turchia è congegnato in maniera tale da consentire ai militari di sovrapporsi alle decisioni del governo. Anzi, l'esercito turco sarebbe molto preoccupato se gli Usa minacciassero di appoggiare l'autonomia della minoranza curda che abita nel nordest dell'Iraq. In Turchia ci sono 50 milioni di curdi e l'esercito vorrebbe estendere l'occupazione militare al nord dell'Iraq. Non bisogna dimenticare che negli anni `80 gli Stati Uniti e la Turchia hanno perpetrato le peggiori atrocità ai danni dei curdi. Gli effetti sono visibili ancora adesso nei quartieri poveri di Istanbul, dove vivono i rifugiati curdi. La maggioranza dei curdi turchi è contro la guerra perché crede che in questo contesto non potrà portare che altra repressione e non credo che la loro paura sia infondata».

Siamo di fronte a una guerra per il petrolio?

«Il petrolio è indubbiamente un fattore importante. Ma è da circa 80 anni che il greggio è una forza motrice della politica estera degli Stati Uniti. Sicuramente ci sono altre cause».

Quali?

«In primo luogo considerazioni di politica interna. Nel sistema della propaganda statunitense Saddam Hussein è passato in settembre dal ruolo di cattivo a quello di minaccia per la sopravvivenza del Paese. A settembre i sondaggi di opinione hanno lanciato la domanda "Crede che Saddam Hussein sia una minaccia immediata?" Da allora circa due terzi della popolazione è convinto che se non lo fermiamo oggi egli ci ucciderà domani. Curiosamente, fatta eccezione per gli iracheni, gli statunitensi sono l'unico popolo della terra ad avere paura di Saddam Hussein. I paesi confinanti dell'Iraq lo disprezzano senza temerlo. Come mai tutto questo è avvenuto dopo il settembre 2002? Perché in quel periodo ebbero luogo le elezioni legislative e l'Amministrazione Bush doveva fare in modo di impedire che il caso Enron, la riforma delle pensioni e la disoccupazione diventassero temi della campagna elettorale. Quando la gente ha paura cerca la protezione del potere. I membri dell'Amministrazione Bush lo sanno benissimo. L'hanno fatto negli anni 80. Dia una occhiata ai loro curriculum. Vengono tutti dalle équipe di Reagan e di Bush padre. Nel 1981 la prima cosa che ha fatto Reagan è stato dichiarare la guerra al terrore. Ci raccontarono che c'erano dei terroristi libici a spasso per Washington, che i russi ci avrebbero bombardati da una base aerea nell'isola di Grenada (che poi fu invasa), che i sandinisti del Nicaragua erano a due giorni di marcia dal Texas e dichiararono lo stato di emergenza nazionale perché eravamo minacciati nientedimeno che dal Nicaragua...»

Addirittura...

«Ma c'è un'altra spiegazione. Il National Strategy Report presentato ad ottobre disegna una nuova politica mondiale, spiegando per filo e per segno che, poiché gli Stati Uniti detengono mezzi violenti molto superiori a quelli di qualsiasi altro paese, devono adoperarli per assicurarsi il dominio del mondo adesso e sempre. Non sono io a dirlo. Chiunque può leggere questo documento, che spiega persino come agiranno preventivamente per fare in modo che nessuno sfidi tale potere. L'obiettivo è che il mondo intero abbia paura e per arrivare a questo bisogna attaccare un paese indifeso».

E la questione delle armi di distruzione di massa?

«E' ovvio che una tale politica fa aumentare anziché diminuire sia la proliferazione di armi di distruzione di massa che il rischio di attacchi terroristici all'interno dei confini degli Stati Uniti. Sia l'Amministrazione che la Cia ne sono consapevoli ma fanno finta di niente perché sono certi (probabilmente hanno ragione) che il loro potere di esercitare la violenza sia enorme»

Il suo collega di Harvard Ignatieff ha appena pubblicato una «difesa» dell'impero statunitense, giudicandolo l'unico in grado di diventare il poliziotto planetario e scongiurare il conflitto. Cosa ne pensa?

«Più o meno lo stesso che penso degli intellettuali nazisti che profetizzavano lo stesso ruolo per la Germania hitleriana. Guardiamo al passato. Le sembra che l'impero degli Usa abbia garantito la pace, la democrazia e l'ordine? Magari in America Latina? Eppure in quella regione gli Stati Uniti hanno esercitato la loro volontà senza essere disturbati dall'Europa o dalla Russia. Ignatieff arriva a dire che fra il Vietnam del Nord e gli Usa ci fu un "tragico conflitto" fra due metodi per "costruire una nazione". Le sembra vero? Se così fosse stato, come mai l'obiettivo principale dei bombardamenti statunitensi fu il Vietnam del sud? Poi dice anche che il fattore chiave per decidere se la guerra in Iraq sia giustificabile o meno è la Palestina. Quindi, aggiunge, gli Usa devono garantire che c'è una soluzione diplomatica per questo conflitto. Insomma, le biblioteche conservano ancora le raccolte di giornali. Per 25 anni gli Stati Uniti hanno bloccato unilateralmente la soluzione diplomatica al conflitto fra israeliani e palestinesi. Come si fa a dire che adesso devono intervenire per risolverlo?»

Quale dovrebbe essere la risposta dei giornalisti alla proposta di Donald Rumsfeld di inserire un migliaio di giornalisti fra le truppe statunitensi?

«E' evidente che Rumsfeld crede che questa guerra non durerà più di qualche giorno e probabilmente ha dei buoni motivi per pensarlo. Ma non la possiamo chiamare guerra. E' un paese del terzo mondo contro le due potenze militari più forti della storia messe insieme. Come si fa a parlare di guerra? Non sappiamo che sorta di massacro hanno preparato, ma chiaramente per Rumsfeld sarà un cosa breve e che male c'è a invitare qualche giornalista. Ma sono certo che nessun professionista serio ci starebbe».

Copyright La Vanguardia traduzione a cura del Gruppo LOGOS
CORRIERE - Il secondo motivo è che, se giusta come spero e ... [Oriana Fallaci: una voce "pro"]

Il secondo motivo è che, se giusta come spero e legittima come mi auguro, questa guerra non dovrebbe svolgersi ora. Avrebbe dovuto svolgersi un anno fa. Vale a dire quando le rovine delle Due Torri erano fumanti, e tutto il mondo civile si sentiva americano. Se si fosse svolta allora, oggi i simpatizzanti di Bin Laden e di Saddam Hussein non riempirebbero le piazze col loro pacifismo a senso unico. Le star di Hollywood non si esibirebbero nel ruolo (per loro grottesco) di capi-popolo. E l’ambigua Turchia che sta rimettendo il velo alle donne non rifiuterebbe il passaggio ai Marines diretti al fronte del Nord. Nonostante le cicale europee che insieme ai palestinesi ghignavano «Bene-agli-americani-gli-sta-bene», un anno fa nessuno negava che gli Stati Uniti avessero sofferto una seconda Pearl Harbor e che di conseguenza gli spettasse il diritto di reagire. Meglio: se giusta come spero, legittima come mi auguro, questa è una guerra che avrebbe dovuto svolgersi ancor prima. Cioè quando Clinton era presidente e le piccole Pearl Harbor scoppiavano nel resto del mondo. In Somalia, ad esempio, dove i Marines in missione di pace venivano trucidati e mutilati poi dati in pasto alla folla impazzita. In Kenia, nello Yemen, e via dicendo. L’11 settembre non è stato che la brutale conferma d’una realtà ormai fossilizzata. L’indiscutibile diagnosi del medico che ti sventola sul naso la radiografia e senza complimenti dice: «Caro signore, cara signora, Lei ha davvero il cancro». Se Clinton avesse speso meno tempo con le ragazze prosperose, se avesse usato in modo più responsabile la Stanza Ovale, forse l’11 settembre non sarebbe avvenuto. È inutile aggiungere che, ancor meno, l’11 settembre sarebbe avvenuto se George Bush Senior avesse eliminato Saddam Hussein con la Guerra del Golfo. Rammenti? Nel 1991 l’esercito iracheno si sgonfiò come un pallone bucato. Si disintegrò così velocemente che perfino io catturai quattro dei suoi soldati. Stavo dietro una duna del deserto saudita, sola sola e indifesa, quando quattro scheletri scalzi e laceri vennero verso di me con le braccia alzate. «Bush!» bisbigliarono in tono supplichevole. «Bush!». Parola che per loro significava: «Ho tanta fame, tanta sete. Fammi prigioniero, per carità». Io li presi, li consegnai al tenente in carica, e invece di congratularsi questo brontolò: «Uffa! ne abbiamo già cinquantamila. Glielo dà lei da mangiare e da bere?». Eppure gli americani non raggiunsero Bagdad. George Bush Senior non lo rimosse, Saddam. («Il-mandato-delle-Nazioni-Unite-era-liberare-il-Kuwait-e-ba sta). E, per ringraziarlo, Saddam tentò di farlo assassinare. Infatti a volte mi chiedo se questa guerra tardiva non sia anche una rappresaglia pazientemente attesa. Una promessa filiale, una vendetta da tragedia shakespeariana anzi greca. * * *
Il terzo motivo è il modo sbagliato in cui l’ipotetica promessa al babbo s’è realizzata. Chi oserebbe confutarlo? Dall’11 settembre agli inizi dello scorso autunno tutta l’enfasi si concentrò su Bin Laden, su Al Qaida, sull’Afghanistan. Saddam Hussein e l’Iraq furono praticamente ignorati. E solo quando diventò chiaro che Bin Laden godeva un’eccellente salute perché l’impegno di prenderlo vivo o morto era fallito, Bush e Powell si ricordarono del suo rivale. Ci dissero che Saddam Hussein era cattivo, che tagliava la lingua e gli orecchi agli avversari, che uccideva i loro bambini dinanzi ai loro occhi. (Vero). Che decapitava le prostitute poi esibiva in piazza le loro teste. (Vero). Che le sue prigioni straripavano di detenuti politici chiusi in celle piccole come bare, che gli esperimenti chimici e biologici li eseguiva con particolare diletto su tali vittime. (Vero). Che aveva legami con Al Qaida e finanziava il terrorismo, premiava le famiglie dei kamikaze palestinesi con 25.000 dollari a famiglia. (Vero). Infine, che non aveva mai rinunciato al suo arsenale di armi letali sicché le Nazioni Unite dovevano rimandare gli ispettori in Iraq. D’accordo, ma siamo seri: se negli anni Trenta l’inefficiente Lega delle Nazioni avesse mandato i suoi ispettori in Germania, credi che Hitler gli avrebbe mostrato Peenemünde dove Von Braun fabbricava i V1 e i V2 per polverizzare Londra? Credi che gli avrebbe mostrato i campi di Dachau e Mauthausen, di Auschwitz e di Buchenwald? Malgrado ciò, la commedia degli ispettori venne riesumata e con tale intensità che il ruolo di primadonna è passato da Bin Laden a Saddam Hussein. E nemmeno l’arresto di Khalid Muhammed, l’architetto dell’11 settembre, ha sollevato un congruo giubilo. La notizia che Bin Laden sia stato localizzato nel Pakistan Settentrionale e rischi di fare la medesima fine, lo stesso. Una commedia inzuppata di miserie, oltretutto. Di vili doppi giochi anzi complicità da parte degli ispettori. Di strategie sconsiderate da parte di Bush che tenendo il piede in due staffe chiedeva al Consiglio di Sicurezza il permesso di muover guerra e contemporaneamente inviava le truppe ai confini con l’Iraq. In meno di due mesi, un quarto di milione di truppe. Con quelle inglesi e australiane, oltre trecentomila. E questo senza capire che i nemici dell’America (ma dovrei dire dell’Occidente) non stanno solo a Bagdad.
Stanno anche in Europa, signor Bush. Stanno a Parigi dove il mellifluo Chirac se ne frega della pace ma sogna di soddisfare la sua vanità col Prix Nobel de la Paix. Dove nessuno ha voglia di rimuovere Saddam perché Saddam è il petrolio che le compagnie petrolifere francesi pompano dal suo Iraq. E dove, dimenticando il piccolo neo chiamato Pétain, la Francia insegue la napoleonica pretesa di dominare l’Unione Europea. Assumerne l’egemonia. Stanno a Berlino dove il partito del mediocre Schröder ha vinto le elezioni paragonandoLa al loro Hitler. Dove le bandiere americane vengono insozzate con la svastica simbolo della Germania nazista. E dove, nel miraggio di sostener nuovamente la parte dei padroni, i tedeschi vanno a braccetto coi francesi. Stanno a Roma dove i comunisti sono usciti dalla porta per rientrare dalla finestra come gli uccelli dell’omonimo film di Hitchcock. Dove i preti cattolici sono più bolscevichi di loro. E dove affliggendo il prossimo col suo ecumenismo, il suo terzomondismo, il suo fondamentalismo, Karol Wojtyla riceve Aziz come se fosse una colomba col ramoscello d’olivo in bocca o un martire in procinto d’esser divorato dai leoni del Colosseo. (Poi lo manda ad Assisi dove i frati lo scortano fino alla tomba di San Francesco, povero San Francesco). Negli altri paesi europei, idem o giù di lì. Non L’hanno ancora informata i Suoi ambasciatori? In Europa i nemici degli Stati Uniti stanno dappertutto, signor Bush. Ciò che Lei chiama garbatamente «differenze-d’opinione» è odio puro. Un odio simile a quello che l’Unione Sovietica esibiva fino alla Caduta del Muro. Il loro pacifismo è sinonimo di antiamericanismo e, accompagnato da una cupa rinascita di antisemitismo, trionfa quanto in Islam.
Sa perché? Perché l’Europa non è più l’Europa. È diventata una provincia dell’Islam come la Spagna e il Portogallo al tempo dei Mori. Ospita sedici milioni di immigrati musulmani, cioè il triplo di quelli che stanno in America. (E l’America è tre volte più grande dell’Europa). Rigurgita di mullah, di ayatollah, di imam, di moschee, di turbanti, di barbe, di burqa, di chador, e guai a protestare. Nasconde migliaia di terroristi che i nostri governi non riescono né a controllare né ad identificare. Ergo la gente ha paura e sventolando la bandiera del pacifismo, pacifismo-uguale-antiamericanismo, si sente protetta. Quasi ciò non bastasse, l’Europa li ha dimenticati i 221.484 americani morti per lei nella Seconda guerra mondiale... Dei loro cimiteri in Normandia, nelle Ardenne, nei Vosgi, nella vallata del Reno, in Belgio, in Olanda, in Lussemburgo, in Lorena, in Danimarca, in Italia, non gliene importa un bel nulla. Anziché gratitudine l’Europa prova invidia, gelosia, livore e nessuna nazione europea appoggerà questa guerra, signor Bush. Nemmeno quelle veramente alleate come la Spagna o rette da tipi che come Berlusconi La chiamano «il mio amico George». In Europa lei ha un amico e basta, un alleato e basta: Tony Blair. Però anche Blair regge un Paese invaso dai Mori e verso gli Stati Uniti pieno di invidia, gelosia, livore. Persino il suo partito lo rimbecca, lo osteggia. E a proposito: devo chiederLe scusa, signor Blair. Devo in quanto nel mio libro «La rabbia e l’orgoglio» sono stata ingiusta con lei. Sviata dal suo eccesso di cortesia nei riguardi della cultura islamica ho scritto che era una cicala tra le cicale, che il Suo coraggio non sarebbe durato a lungo, che appena non fosse più servito alla Sua carriera politica lo avrebbe messo da parte. Invece quella carriera politica la sta sacrificando alle proprie convinzioni. Con coerenza impeccabile. Davvero mi scuso e ritiro anche la brutta frase che aggravava l’ingiustizia: «Se la nostra cultura ha lo stesso valore d’una cultura che costringe a portare il burqa, perché passa le vacanze nella mia Toscana e non in Arabia Saudita o in Afghanistan?». E Le dico: «Ci venga quando vuole. La mia Toscana è la Sua Toscana, e la mia casa è la Sua casa. My home is your home».
* * *
Il motivo finale del mio dilemma sta nei termini con cui Bush e Blair e i loro consiglieri definiscono questa guerra. «Una guerra di liberazione, una guerra umanitaria per portare la libertà e la democrazia in Iraq». Eh no, cari signori, no. L’umanitarismo non ha niente a che fare con le guerre. Tutte le guerre, anche quelle giuste, anche quelle legittime, sono morte e sfacelo e atrocità e lacrime. E questa non è una guerra di liberazione. (Non è neanche una guerra di petrolio, sia chiaro, come molti sostengono. Contrariamente ai francesi, gli americani non hanno bisogno del petrolio iracheno). È una guerra politica. Una guerra fatta a sangue freddo per rispondere alla Guerra Santa che i nemici dell’Occidente hanno dichiarato l’11 settembre. È una guerra profilattica. Un vaccino come il vaccino contro la poliomelite e il vaiolo, un intervento chirurgico che s’abbatte su Saddam Hussein perché tra i vari focolai di cancro Saddam Hussein appare il più ovvio. Il più evidente, il più pericoloso. Inoltre Saddam costituisce l’ostacolo, (pensano Bush e Blair e i loro consiglieri), che una volta rimosso gli permetterà di ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Insomma far quello che gli inglesi e i francesi fecero dopo il crollo dell’impero ottomano. Ridisegnarla e diffondere una Pax Romana, pardon, una Pax Americana dove regni la Libertà e la Democrazia. Dove nessuno dia più fastidio con gli attentati e le stragi. Dove tutti possano prosperare, vivere felici e contenti. Sciocchezze. La libertà non può essere data in regalo come un pezzo di cioccolata, e la democrazia non può essere imposta con gli eserciti. Come diceva mio padre quando invitava gli antifascisti ad entrare nella Resistenza, e come dico io quando parlo con coloro che credono onestamente nella Pax Americana, la libertà bisogna conquistarcela da soli. La democrazia nasce dalla civiltà, e in entrambi i casi bisogna sapere di cosa si tratta. La Seconda guerra mondiale fu una guerra di liberazione non perché regalò all’Europa i due pezzi di cioccolata cioè due novità chiamate Libertà e Democrazia, ma perché le ristabilì. E le ristabilì perché gli europei le avevano perdute con Hitler e Mussolini. Perché le conoscevano bene, sapevano di che si tratta. I giapponesi no. Ne convengo. Per i giapponesi i due pezzi di cioccolata furono un regalo che li rimborsava, oltretutto, di Hiroshima e Nagasaki. Però il Giappone aveva già iniziato la sua marcia verso il progresso, e non apparteneva al mondo che ne «La Rabbia e l’Orgoglio» chiamo La Montagna. Una montagna che da 1.400 anni non si muove, non cambia, non emerge dagli abissi della sua cecità. Insomma, l’Islam. I moderni concetti di libertà e di democrazia sono del tutto estranei al tessuto ideologico dell’Islam, del tutto opposti al dispotismo e alla tirannia dei suoi Stati teocratici. In quel tessuto ideologico è Dio che comanda, è Dio che decide il destino degli uomini, e di quel Dio gli uomini non sono figli bensì sudditi, schiavi. Insciallah-Come Dio Vuole-Insciallah. Ergo nel Corano non v’è posto per il libero arbitrio, per la scelta, cioè per la libertà. Non v’è posto per un regime che almeno giuridicamente è basato sull’uguaglianza, sul voto, sul suffragio universale, cioè per la democrazia. Infatti quei due moderni concetti i musulmani non li capiscono. Li rifiutano e invadendoci, conquistandoci, vogliono cancellarli anche dalla nostra vita.
* * *
Sorretti dal loro caparbio ottimismo, lo stesso ottimismo con cui a Fort Alamo combatterono con tanto eroismo e finirono tutti massacrati dal generale Santa Ana, gli americani sono certi che a Bagdad verranno accolti come a Roma e a Firenze e a Parigi. «Ci applaudiranno, ci getteranno fiori» mi ha detto tutto contento una testa d’uovo di Washington. Forse. A Bagdad può succedere di tutto. Ma dopo? Che succederà dopo? Oltre due terzi degli iracheni che nelle ultime «elezioni» hanno dato il cento per cento dei voti a Saddam sono sciiti che da sempre vagheggiano di stabilire la Repubblica islamica dell’Iraq. E negli anni Ottanta anche i sovietici vennero accolti bene a Kabul. Anche i sovietici imposero la loro pax con l’esercito. Convinsero addirittura le donne a togliersi il burqa: rammenti? Però dieci anni dopo dovettero andarsene, cedere il passo ai Talebani. Domanda: e se, invece di scoprire la libertà, l’Iraq diventasse un secondo Afghanistan? E se, invece di imparare la democrazia, l’intero Medio Oriente saltasse in aria o il cancro si moltiplicasse? Di paese in paese, con una specie di reazione a catena... Da occidentale fiera della sua civiltà e quindi decisa a difenderla fino all’ultimo fiato, senza riserve dovrei in tal caso unirmi a Bush e a Blair asserragliati dentro una nuova Fort Alamo. Senza riluttanze dovrei in tal caso combattere e morire con loro.
Il che è l’unica cosa sulla quale non ho il minimo dubbio.

© Oriana Fallaci
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Questo articolo è stato pubblicato anche su «The Wall Street Journal»
CORRIERE - «United States of Lyncherdom». Quel lazzarone di Mark Twain, ... [ndr: chissà perché, ma questo articolo, che poco ha a che fare con pace e guerra, sembra quasi una risposta indiretta ai "livori" della Fallaci]

«United States of Lyncherdom». Quel lazzarone di Mark Twain, cui piaceva scandalizzare i benpensanti esercitando il suo feroce sarcasmo anche sulle cose più spinose, lo chiamava proprio così, il suo paese: «Stati Uniti del Linciaggio». Per l’ Eco d’Italia di New York, al contrario, era ogni volta un trauma. Basti leggere il commento dopo la strage del 14 marzo 1891 a New Orleans, dove 11 italiani assolti dall’accusa di omicidio erano stati linciati da una folla immensa di ventimila «brave persone» che avevano dato l’assalto al carcere dove le guardie avevano loro aperto le porte: «Siamo convulsi! La penna ci trema in mano! (...) Quei poveri italiani erano innocenti (...) Non rimpianti, ma vendetta!». Furono decine e decine, i nostri emigrati assassinati in America dagli invasati sostenitori della giustizia spiccia che, saltando il processo, metteva mano subito alla corda e al sapone: «Se la legge di Lynch viene applicata contro stranieri - scrisse la Tribuna di Roma dopo l’uccisione di cinque siciliani di Tallulah - su cento casi novanta sono italiani». Una stima forzata. Dovuta alla rabbia contro la tolleranza che certi stati mostravano per quelle mobilitazioni omicide che a volte venivano perfino annunciate prima sui giornali locali come si trattasse di un appuntamento sportivo e celebrate poi in cartoline ricordo come quella che nel 1910 a Tampa, in Florida, mostrava l’impiccagione di due emigrati meridionali ammazzati durante uno sciopero nelle fabbriche di tabacco. E’ certo però che, dopo quella nera che pagò l’odio razziale con la morte di 3.220 poveretti, la comunità più linciata (insieme con quella cinese) è stata la nostra.
Una classifica non casuale. Ce lo confermano, insieme con una quantità di altri documenti quali il Dictionary of Races and Peoples del 1911 che considerava praticamente dei mezzi neri gli abitanti di tutta la penisola Genova compresa, gli articoli di alcuni importanti giornali dell’epoca. Come il Times-Democrat , che difese il massacro di New Orleans come «l’unica maniera possibile per render sicura la supremazia dei bianchi». O Harper’s Weekly , che tentò di spiegare tanto odio nei confronti dei nostri scrivendo che gli italiani, agli occhi degli americani del Sud, erano come i bats , pipistrelli. Metà uccelli e metà sorci: «Quando i primi italiani giunsero a Madison pochi anni fa, essi costituirono un problema per la popolazione bianca della zona. Come il pipistrello, erano difficili da classificare e ciò fu reso ancora più difficile dal fatto che essi trattavano principalmente coi negri e socializzavano con loro quasi in termini di uguaglianza. Quindi loro potevano difficilmente essere classificati come "bianchi" e tuttavia non erano negri. Come rapportarsi a loro fu un problema difficile».
La storia di questa sorda ostilità anti-italiana finita troppo spesso in devastanti scoppi di brutalità collettiva, viene finalmente raccontata in un libro in uscita. Si intitola Corda e sapone , è edito da Donzelli ed è stato scritto da Patrizia Salvetti, una storica romana che ha avuto la pazienza di immergersi mesi e mesi negli archivi del nostro Ministero degli Esteri, per ricostruire una serie di linciaggi conclusi con l’assassinio di 34 nostri connazionali. Un libro duro. Documentato. Sconvolgente. Dove puoi avere davvero la misura di quanto gli italiani fossero invisi e di quanto il nostro Stato, i nostri Re, i nostri presidenti del Consiglio fossero spesso incapaci di una reazione all’altezza di tanta brutalità. Fino a scatenare la rabbia di chi viveva al di là dell’Atlantico.
Come l’ Araldo di New York che dopo la morte a Erwin, nel Mississippi, di Giovanni Serio e di suo figlio Vincenzo, due fruttivendoli ammazzati da un gruppo di teppisti che avevano organizzato una spedizione punitiva e ferito gravemente un terzo immigrato siciliano, scrive che i linciati «dal sepolcro reclamano vendetta e gridano vergogna agl’imbelli ed ai codardi». E’ furente, quell’8 maggio 1903, il giornale italo-americano. E mentre accusa «il selvaggiume della popolazione americana non rinunzierà alla voluttà di assassinare gli italiani», se la prende anche con la mollezza del nostro governo che ha commesso «l’infamia di accettare per la vita di tre connazionali la miseria di cinquemila dollari» mentre «i tribunali americani distribuiscono indennità di cento e cinquanta e trentamila dollari ai disgraziati che capitano a restare uccisi sotto un treno o per un’esplosione impreveduta».
Pagava quasi sempre un risarcimento, il governo Usa. Un po’ perché si sentiva in imbarazzo («Ogni tanto nel nostro paese, a vergogna del nostro popolo, hanno luogo linciaggi barbari e crudeli», ammise Theodore Roosevelt) per il ripetersi di queste violenze collettive. Un po’ perché non sapeva come risolvere un problema: di qua, c’era un trattato con l’Italia che impegnava i due paesi a proteggere l’uno i cittadini dell’altro; di là, la gelosia dei singoli stati confederati per la propria autonomia non permetteva a Washington di intervenire contro questa o quella autorità locale neppure quando gli assassini venivano lasciati in libertà da incredibili sentenze di Giurì che dicevano, come nel caso del massacro di Erwin, che i linciati erano morti «per volontà di Dio».
Era chiamato, quell’umiliante risarcimento, «il prezzo del sangue». E fu pagato, talora tra le proteste dell’opposizione o di certi giornali che si lagnavano per come erano spesi «i soldi dei contribuenti», quasi sempre: dopo il linciaggio di New Orleans, quello di Tallulah in Louisiana, quello di Walsenburg in Colorado.
Quanto valessero, quei duemila dollari che venivano in genere rimborsati alle famiglie per ognuno dei nostri ammazzato, lo dice una vignetta amarissima pubblicata da un giornale italo-americano: il Segretario di Stato americano porgeva una borsa all’ambasciatore d’Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti quanti». Quale fosse la considerazione che gli americani avevano di noi, del resto, lo dicono brutalmente altre due vignette citate da Patrizia Salvetti, pubblicate dal Philadelphia Enquirer il 12 aprile 1891, dopo che l’Italia, prima e unica volta, aveva duramente reagito al massacro di New Orleans, rompendo le relazioni diplomatiche.
Nella prima il presidente del consiglio Antonio di Rudinì è un mendicante con l’organetto, l’ambasciatore a New York Fava è una scimmietta e Re Umberto vende noccioline. Nella seconda, Re Umberto e Rudinì, «considerandosi offesi» (cosi dice la didascalia) affilano lo stiletto, considerata l’arma di tutti gli italiani violenti e mafiosi. Per terra, uno schioppo da briganti. Un po’ più in là, assai poco minaccioso, un cannone piccolo piccolo: solo un giocattolo in mano a un paese ridicolo.

12.3.03

CORRIERE - INTERVISTA/ L’economista Jeremy Rifkin: lo sfruttamento del greggio è un obiettivo di Washington

«Troppi petrolieri dettano legge alla Casa Bianca»

«Nei prossimi anni uno scenario da caos Tutti vorranno le risorse del Medio Oriente»


Tutti a scannarsi nello stesso angolo del pianeta, senza regole né istituzioni che possano mediare, a caccia delle ultime riserve di petrolio ancora disponibili. L’economista americano Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trend di Washington, immagina un futuro lontano di energia abbondante e accessibile a tutti (in Italia è in libreria il suo L’economia all’idrogeno , Mondadori). Ma nell’immediato vede un mondo dominato dal caos e dai prezzi del petrolio alle stelle. Conseguenze inevitabili, dice, di un attacco anglo-americano all’Iraq. Se lo scenario è questo, perché allora George Bush è convinto della necessità della guerra?
«Io credo che il suo obiettivo principale sia realmente la tutela della sicurezza nazionale - risponde Rifkin -. Ma sarebbe da ingenui credere che sia l’unico. Bush proviene dall’industria petrolifera, e così il suo vice Dick Cheney e molta della gente che lo circonda alla Casa Bianca. Io immagino che si siano detti: il nostro obiettivo è disarmare e deporre Saddam. Ma poi ci troveremo davanti alla seconda riserva di petrolio del mondo, con la possibilità di creare un nuovo assetto geopolitico in Medio Oriente...».
E qual è il pericolo?
«La maggioranza degli americani nei sondaggi dice chiaramente di non condividere un attacco all’Iraq senza l’avallo dell’Onu. Agendo in maniera unilaterale, Bush sta minando l’intera concezione dell’organizzazione del mondo sviluppatasi nel secolo scorso. E’ la fine dell’idea di "concerto delle nazioni", l’affermazione della nuova pericolosa idea di "attacco preventivo". La costruzione di un mondo imprevedibile in cui ognuno può fare ciò che vuole».
Con quali conseguenze economiche?
«Il mondo degli affari sta trattenendo il fiato, preoccupato dalla crescita del prezzo del greggio. Perché tutta l’economia oggi è centrata sul petrolio. Il prezzo attuale è di 35-40 dollari a barile. Quando i prezzi raddoppieranno o cresceranno anche più del doppio, restando alti per un paio di mesi o addirittura di più, ci saranno seri problemi per l’economia. La crescita del petrolio ha effetti sui consumi: la gente paga di più l’energia in casa e la benzina per l’auto e riduce le spese, bloccando l’economia».
Ma lei che previsioni fa? Per quanto tempo i prezzi del greggio resteranno alti?
«Nessuno lo sa, ma non c’è da essere ottimisti: i pozzi petroliferi iracheni sono in pessime condizioni, serviranno miliardi e miliardi di investimenti per portarli a pieno regime. Intanto, però, gli altri giacimenti petroliferi nel mondo avranno cominciato ad esaurirsi. E in queste condizioni i prezzi non potranno calare. Nel giro di pochi anni i due terzi delle risorse petrolifere mondiali saranno concentrate in Medio Oriente. E anche la maggior parte del gas naturale. Se la regione è "calda" adesso, immaginate che cosa potrà succedere allora? ».

Alessandra Coppola

6.3.03

STAMPA - Chi è che sta dalla parte di Saddam?

CHI sta dalla parte di Saddam? Il Papa, che digiuna, discute con capi di Stato, prega e combatte con ogni mezzo per la pace, favorendo così l'Iraq con l'ipotesi dell'allontanarsi della guerra preventiva americana? No, naturalmente. Nessuno sta dalla parte di Saddam: e come si potrebbe? Però ci sono politici e privati cittadini che seguitano a ripetere: chi manifesta per la pace fa il gioco di Saddam, che impedisce il carico e lo scarico dell'armamento bellico americano si schiera con Saddam, chi mette alla finestra la bandiera arcobaleno è amico di Saddam,chi chiede la pace è alleato di Saddam. Sono quelle sciocchezze propagandistiche,quei remoti «a chi giova?», quei vecchi slogan tanto meccanici e campati in aria che ci si chiede come ancora oggi possano venir ripetuti. A ripeterli sono gli stessi che sogghignano: digiunare? sì, buona sera! e chi li controlla? si rimpinzeranno tutto il giorno, altro che digiunare. A ripeterli sono gli stessi che obiettano con aria furbetta: e com'è che questi manifestanti sfilano anziché andare a lavorare? Senza valutare che le grandi manifestazioni si sono svolte quasi tutte di sabato quando non si lavora,oppure di sera e di notte (fiaccolate, eccetera), oppure che a manifestare sono stati gli studenti che non sono tenuti a rispettare l'orario d'ufficio. A ripetere le insulse obiezioni sono gli stessi che incalzano petulanti: e chi paga, chi paga queste trasferte, chi finanzia? A parte il fatto che ci vorrebbe non si sa quale megabanca o maximultinazionale per finanziare le contemporanee manifestazioni per la pace di milioni di persone in tutta Europa e negli Stati Uniti, evidentemente i petulanti non hanno mai incontrato le persone che per partecipare si sono pagate di tasca, a esempio, il viaggio in treno Milano-Roma, che hanno trovato da amici l'ospitalità di un letto, che si son portate da casa persino i panini, l'acqua minerale e gli striscioni. A suggerire obiezioni simili sono, a volte, diffidenze e convincimenti politici: ma spesso è pure un'angustia del cervello, una gretta piccineria, una meschinità, l'incapacità mentale di credere che qualcuno faccia qualcosa non per ricavarne un immediato vantaggio materiale personale, ma per sostenere un`idea e una speranza così essenziale come quella della pace. No, carini. Nessuno sta dalla parte di Saddam: certo non il Papa, e nessun altro. Semplicemente, la gente vuole la pace: e fa tutto quel che può per tentare di ottenere un risultato così importante, così vitale e bello.

Lietta Tornabuoni - 6/3/2003

5.3.03

TRE ARTICOLI CONSECUTIVI SUL TEMA PACE - DIGIUNO:

STAMPA - La spada e il digiuno (Igor Mann) - LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO - Il digiuno e i mali del mondo (Moni Ovadia) - CORRIERE - Il giorno del digiuno, la pace, i laici (Daolo Franchi)

STAMPA - La spada e il digiuno
5 marzo 2003

di Igor Mann

L’INCONTRO fra il Cardinale Pio Laghi, messo speciale del Papa, sovrano d’un immenso regno internazionalteocratico senza confini né armi, e George W. Bush, presidente del poderoso Nuovo Impero Democratico: ovvero, il sogno e la realtà. L’eccezionalità del fatto non risiede nel fatto stesso, bensì nel suo ribaltamento. A sognare, infatti, è il Wasp che più volte nel giorno consulta la Bibbia, lui il pragmatico texano detto dabliù dagli intimi.

Rovesciare Saddam il dittatore infame; insediare a Baghdad un regime legale e credibile che sia d’esempio in tutto il Vicino Levante; democratizzare il Medio Oriente; eliminare il terrorismo; sconfiggere la recessione. Ecco il sogno del Presidente Bush. Affascinante, lodevole sogno. Al quale si oppone la realtà. E cioè: per tentare di realizzare codesto idilliaco sogno-scenario gli Stati Uniti d’America han deciso di ricorrere a un terribile strumento di morte: la guerra. A scatola chiusa: perché quando la guerra scoppia non basta seguire le istruzioni stampate nel «bugiardino». Una volta sparato il primo colpo, non valgono più.

Ecco, in sintesi estrema il senso del digiuno di oggi, mercoledì delle ceneri: il Papa romano, lui l’uomo caldo venuto dal freddo, ricorda alle sue innumerevoli divisioni di volontari arruolatisi nell’esercito della Pace così, per fede o per istinto di sopravvivenza, chissà, egli, il vicario di Gesù in Terra, rammenta agli uomini di buona (e/o cattiva) volontà il primato della Pace. E’ scritto che affinché l’uomo si salvi, le spade dovranno tramutarsi in vomeri (Isaia, 2-4).

E’ scontato che il Cardinale Laghi si sia ben guardato dal ricordare codesti versetti a quegli attenti lettori dell’Antico Testamento che sono i collaboratori più stretti di Bush. Così com’è scontato il nulla di fatto dopo l’incontro tra due vecchi amici, Pio e Dabliù.

Non era scontata, però, tanta adesione universale al digiuno che apre la Quaresima. Verrà la guerra, ahimè, e moriranno in tanti, buoni e cattivi, ma l’ostinazione di Wojtyla non va confusa con la mera illusione: il digiuno fa del Papa una sintesi fra Abramo e Giacobbe, e la sua voce antica è quella dei Profeti che vedono, oggi, quello che accadrà domani, perché sanno quel ch’è veramente stato, ieri. Tuttavia.

Tuttavia è relativamente facile per chi ha il conforto della fede «operare per pacificare», ripudiando esibizionismi demagogicamente infantili. Ma chi non crede nella forza della preghiera? Ai non credenti, cui il Papa tende le mani che già furono forti, mani d’operaio, ai laici laicisti che pure digiuneranno «perché dagli atti formali scaturiscono i simboli», converrà, in quest’ora grave, soffermarsi sulla preghiera laica di Voltaire. «Dio di tutti gli esseri: tu non ci hai dato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci (...) Possano gli uomini ricordarsi che sono fratelli».


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO - Il digiuno e i mali del mondo
L'unica guerra
oggi possibile

MONI OVADIA*

La storia dell'uomo, che non è la Storia dei potenti, è stata ed è un susseguirsi di grandi e perduranti tragedie, di dolori, di fame, di ingiustizie, di sopraffazioni, di lutti. Oggi una piccola parte dell'umanità vive nell'illusione che l'orrore appartenga al passato e che ciò che di esso rimane verrà presto cancellato grazie all'impetuoso sviluppo tecnologico e alla globalizzazione delle economie di mercato. I privilegiati amano raccontare e raccontarsi questa fola, è un ottimo sistema per non assumersi responsabilità dirette e per scaricarsi la coscienza a buon mercato. Qualche gesto di beneficenza detraibile dalle tasse completerà poi il maquillage dell'autoassoluzione.
Ma in tutte le epoche ed in tutte le società vi sono stati uomini che invece hanno denunciato la vergogna delle diseguaglianze, che si sono battuti perché esse cessassero. Diversi sono stati gli strumenti per combattere le battaglie della pari dignità e dei pari diritti per tutti gli esseri umani: qualcuno ha imbracciato le armi, altri hanno preferito la parola, i gesti simbolici, altri ancora l'esempio, il magistero della predicazione.
In tempi recenti hanno preso forza le forme della disubbidienza civile, del digiuno «politico». Lo sviluppo del sistema di informazione, malgrado il fortissimo controllo esercitato dai centri del potere, consente oggi di amplificare e di rendere note in ogni angolo della Terra le forme di opposizione manifestate con ogni modalità di pensiero ed azione. Oggi infatti, per la prima volta, assistiamo alla nascita di un movimento di opinione trasversale agli schieramenti politici che si oppone alla annunciata guerra del governo statunitense del presidente George W. Bush contro l'Iraq dell'efferato dittatore Saddam Hussein.
L'isolamento dei politici alleati favorevoli al conflitto di fronte alle loro pubbliche opinioni è impressionante ed è anch'esso una grande novità. Un ruolo cruciale nel determinare questa inedita situazione l'ha svolto l'ottuagenario, inarrestabile pontefice, questa con volta con il pieno appoggio della sua Chiesa. I goffi tentativi di molti opinion leader del fronte filo-Bush di determinare dei surrettizi distinguo fra il papa ed il fronte laico della pace sono naufragati.
Il papa oggi invita tutti al digiuno che non è prerogativa esclusiva dei cattolici. Il grande Mahatma Ghandi fu propugnatore di questa manifestazione del dissenso e nel nostro paese va dato atto a Marco Pannella e ai radicali di averlo da sempre scelto come forma pacifica ed estrema di legittima ribellione. Tuttavia oggi questo particolare atto di sospensione del torpore della normalità è sentito da moltissimi.
Il gesto del nutrirsi appartiene insieme alla sfera degli istinti, nella fattispecie al più forte di essi, quello della sopravvivenza ed a quello edonistico del piacere.

Per noi delle società sfacciatamente benestanti questo secondo aspetto è divenuto prioritario. Non sappiamo percepire il valore intrinseco dell'atto di assumere cibo. I grandi pensieri etici ci hanno da sempre sollecitato a santificare la mensa perché il gesto del sopravvivere si trasformi in celebrazione del vivere. Il digiuno attiva comunque in noi una condizione altra rispetto alla routine esistenziale, modifica i nostri pensieri, apre in noi la dimensione dell'assenza e se lo sappiamo ascoltare favorisce l'emersione della nostra parte spirituale.
Il digiuno può diventare un'occasione per pensare altrimenti il senso del nostro procedere nel tempo che ci è assegnato. Ma se il digiuno viene vissuto come un'eccentrica novità che ti permette di farti bello davanti a te stesso, è davvero meglio lasciar perdere ed andare coerentemente al ristorante. Mortificare il proprio benessere ha senso solo se ci avvicina per sempre ai dolori degli espropriati, perché oggi il loro destino è nelle mani di ciascuno di noi, perché pochi gesti politico-economici di rilevanza etica possono cambiare il destino degli affamati, degli ammalati, degli abbandonati, dei morituri. Basterebbe un meno 5% agli armamenti e più 5% ai dannati della Terra. L'unica guerra sensata che si può scatenare oggi con piena legittimità è la guerra alla fame, alle ingiustizie, al degrado umano e sociale.
* Intellettuale ebreo


CORRIERE - Il giorno del digiuno, la pace, i laici

LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO

di PAOLO FRANCHI


Giuseppe Stalin chiedeva ironico di quante divisioni disponesse mai il Papa. La storia si è incaricata di dimostrare che si trattava di una domanda assolutamente infondata e di un’ironia assolutamente mal riposta. Proprio oggi, in questo Mercoledì delle Ceneri in cui ricorre il cinquantesimo anniversario della morte del Padre dei Popoli, le «divisioni del Papa», come scrive sull’ Osservatore Romano Giorgio Rumi, sono «schierate in campo aperto» per la pace. Le loro armi si chiamano preghiera, Rosario, digiuno. Anche chi non vorrà utilizzarle, dovrà riflettere con grande attenzione sulla loro portata, badando bene a non cadere nello stesso clamoroso errore di Stalin: contro ogni apparenza, possono essere armi molto potenti. All’invito del Papa hanno risposto in tanti. Il mondo cattolico, ovviamente, ma anche il Consiglio ecumenico mondiale, il Consiglio delle Chiese cristiane d’America, la Chiesa anglicana, numerose autorità islamiche. E tantissimi laici, di diverso e spesso contrastante orientamento politico e culturale. In molti casi, le adesioni sono state collettive, spesso di intere organizzazioni; in altri, individuali. Alcuni hanno voluto rendere il più possibile pubblica la loro scelta, facendone un momento di un più generale impegno pacifista; altri, meno numerosi, hanno preferito insistere sulla sua dimensione personale, intima, di coscienza. Non sono mancate (e presumibilmente non mancheranno, oggi e domani) le polemiche su una possibile strumentalizzazione o, per converso, su una possibile edulcorazione del senso dell’appello al digiuno di Giovanni Paolo II.
In queste polemiche non vogliamo entrare in alcun modo, neanche di sfuggita, neanche alla lontana: sono povera e piccola cosa. Non ci interrogheremo nemmeno su chi abbia meglio inteso le parole del Papa, i cattolici della Tavola della Pace che a mezzogiorno saranno in piazza San Pietro con la stessa, grande bandiera arcobaleno della recente manifestazione romana o quelli (secondo alcuni sondaggi più o meno la metà degli italiani) che digiuneranno, pregheranno o magari solo rifletteranno in silenzio. Ci preme, piuttosto, sottolineare, da laici, la dimensione tragica, e anche per questo ancora più universale, e più aperta, contro ogni evidenza terrena, alla speranza, che va assumendo questo pontificato; la drammaticità dell’interrogarsi del Papa vecchio e malato sulla pace e sulla guerra, ma anche sul destino dell’uomo, in un mondo così lontano dalle sue stesse aspettative del recente passato da fargli paventare che financo Dio possa ritrarne, disgustato, lo sguardo.
Proprio ieri Giovanni Paolo II, dopo Joschka Fischer, Tarek Aziz, Kofi Annan, Tony Blair e José Maria Aznar, ha voluto incontrare Silvio Berlusconi, proprio oggi il cardinale Pio Laghi vedrà, a Washington, George W. Bush. Ma la stessa iniziativa diplomatica del Vaticano, già difficilissima, non avrebbe respiro, né prospettiva, senza questa straordinaria capacità di rivolgersi al cuore e alla coscienza degli uomini; di imporci la vista degli spettri che vorremmo esorcizzare, la guerra, la fame, la malattia, la miseria; di costringerci a riflettere in profondità sulle nostre ragioni e le nostre speranze, ma anche sulle ragioni e le speranze dell’altro, perché lo stesso desiderio di pace non sia vano.
Questo vorremmo che fosse, prima di tutto, la giornata di oggi, per i credenti come per i non credenti, in Italia e nel mondo. Una giornata per la pace, certo. Ma anche un’occasione irripetibile, alla vigilia di eventi destinati comunque a cambiare le nostre vite, per scavare dentro noi stessi e per guardare negli occhi chi la pensa all’opposto di noi.




26.2.03

Intervista su The Guardian - Chomsky parla dei movimenti contro la guerra

di Matthew Tempest

Noam Chomsky: le dimostrazioni [per la pace] rappresentano un altro segnale di un fenomeno da analizzare attentamente. C'è in tutto il mondo e negli Stati Uniti una opposizione alla guerra imminente che ha raggiunto un livello senza precedenti sia per la portata che per i segmenti della popolazione sui cui fa presa.

Non mi viene in mente un momento in cui ci sia stata una così massiccia opposizione alla guerra per di più prima ancora che scoppi. E più ci si avvicina alla regione [medio oriente N.d.T.], più l'opposizione cresce. In Turchia, sondaggi indicano che l'opposizione alla guerra è vicina al 90%, in Europa vi è un'opposizione sostanziale, e negli Stati Uniti i risultati che voi vedete nei sondaggi sono alquanto fuorvianti perché non tengono conto di un altro fattore che differenzia gli Stati Uniti dal resto del mondo. Questo è l'unico paese dove Saddam Hussein è ingiuriato e disprezzato ma anche temuto, così fin da settembre i sondaggi hanno mostrato che qualcosa come il 60-70 % della popolazione letteralmente pensa che Saddam Hussein sia una minaccia imminente per la loro sopravvivenza.

Oggigiorno non c'è nessuna ragione obbiettiva per cui gli Stati Uniti debbano essere più impauriti di Saddam Hussein che, diciamo, del Kuwait, ma un motivo c'è - ossia che sin da settembre c'è stata una grancassa propagandistica tesa a intimidire le persone affinché credano non solo che Saddam sia una terribile persona ma che un domani potrebbe sopraffarci se non lo fermassimo adesso. E tutto questo la gente lo ha assimilato. Quindi per valutare l'attuale opposizione negli Stati Uniti alla guerra bisogna estrarre questo fattore. Un fattore di una paura completamente irrazionale creata da una propaganda massiccia, e se lo fai io credo che la situazione negli Stati Uniti ti apparirà simile a quella di ogni altro paese.

Ciò che la stampa non fa mai notare è che semplicemente non esiste un precedente, o niente che si avvicini lontanamente ad un precedente, per questa manifestazione di opposizione alla guerra. E si estende da sola sempre di più, non è solamente opposizione alla guerra, è una mancanza di credibilità nelle leadership. È stato rilasciato uno studio, un paio di giorni fa al World Economic Forum, che valutava la credibilità dei leader, e la più bassa era nei leader degli Stati Uniti. Godevano della fiducia solo di poco più di un quarto della popolazione, e io credo che rifletta il turbamento per l'avventurismo, la violenza e le minacce che sono percepite nelle azioni e nei piani della amministrazione corrente.

Queste sono cose che dovrebbero essere centrali. Anche negli Stati Uniti c'è un'opposizione maggioritaria alla guerra e questo va di pari passo con il declino della fiducia nei leader che ci portano alla guerra. Tutta questa situazione è andata delineandosi per un po' ma adesso sta raggiungendo un nuovo stadio e, tornando indietro alle manifestazioni del fine settimana, non è mai successo prima. Se lo compariamo con la guerra del Vietnam, la situazione attuale con l'Iraq è abbastanza simile a quella del 1961 - che era prima del lancio della guerra, che fu nel 1962 con gli Stati Uniti impegnati a bombardare il Vietnam del Sud, a rinchiudere milioni di persone nei campi di concentramento e a usare armi chimiche e via discorrendo, ma non ci furono proteste. Infatti ci furono talmente poche proteste che solo poche persone se lo ricordano.

Le proteste non cominciarono se non dopo alcuni anni quando una larga parte del Vietnam del sud fu bombardato massicciamente dai B-52, centinaia di migliaia di soldati furono mandati là e centinaia di migliaia furono uccisi e, anche dopo tutto ciò, quando alla fine le proteste scoppiarono negli Stati Uniti e in Europa si concentrarono per lo più su un argomento marginale - i bombardamenti del Vietnam del Nord, chiaramente un crimine, ma furono molto più intensi i bombardamenti nel sud che è stato sempre l'obbiettivo degli Stati Uniti, ed è continuato ad esserlo.

Questo è, incidentalmente, riconosciuto anche dal governo. Così quando ogni amministrazione entra in carica la prima cosa che fa è di valutare la situazione internazionale - "Qual è la stato del mondo?" - fornitagli dai servizi segreti. Questi sono documenti segreti e noi lo veniamo a sapere solo dopo 30 o 40 anni quando vengono declassificati. Quando la prima amministrazione Bush si insediò nel 1989 parte dell'intelligence lasciava trapelare alcune notizie, e queste sono molto illuminanti su quello che successe nei 10 anni a venire, cioè proprio su questi argomenti.

Le notizie trapelate dai servizi parlavano di una situazione in cui il confronto militare era contro nemici molto più deboli, ammesso che esistessero, riconoscendo che erano l'unico tipo di nemici che avessimo voglia di affrontare. Quindi contro nemici molto più deboli di loro gli Stati Uniti devono vincere "rapidamente e risolutivamente" altrimenti il consenso popolare si potrebbe erodere, era chiaro infatti che il consenso era molto esiguo. Non erano più gli anni '60 quando il governo poteva combattere tranquillamente una guerra lunga e brutale per anni e anni praticamente distruggendo un paese senza alcuna protesta. Non adesso. Ora sono costretti a vincere. Devono terrorizzare la popolazione, fargli sentire che c'è un'enorme minaccia alla loro esistenza e portare a termine una miracolosa, decisiva e rapida vittoria contro questo enorme nemico, dopodiché avanzare verso il nemico seguente.

Ricorda che la maggior parte delle persone che contano a Washington sono per lo più Reganiani riciclati, che essenzialmente propongono lo stesso programma degli anni '80 - questa è un'analogia. Negli anni '80 imponevano i politiche sociali svantaggiose per la gente, perciò erano malviste. Il modo con cui riuscirono a farli passare fu di tenere costantemente la popolazione in uno stato di panico.

Quindi un anno era una base in Grenada che i Russi volevano utilizzare per bombardare gli Stati Uniti. Sembra buffo ma erano le bugie della propaganda, ed hanno funzionato.

Il Nicaragua era a "due giorni di marcia dal Texas" - un pugnale rivolto al cuore del Texas, per prendere in prestito la frase di Hitler. Ancora, penseresti che le persone si sono piegate in due dalle risa. Ma loro non l'hanno fatto. Questo fu fatto continuamente per spaventarci - Il Nicaragua ci avrebbe potuto conquistare sulla sua via per la conquista dell'emisfero. Fu proclamata un'emergenza nazionale per la minaccia portata dal Nicaragua alla sicurezza nazionale. Assassini libici si aggiravano per le strade di Washington a caccia dei nostri leader - narco-terroristi ispanici. Una dietro l'altra ogni cosa era studiata per tenere la popolazione in uno stato di costante paura mentre conducevano la loro più grande guerra terroristica.

Ricorda, le stesse persone dichiararono guerra al terrore nel 1981, doveva essere la parte fondamentale della politica estera degli Stati Uniti focalizzata principalmente sull'America centrale e hanno condotto una guerra contro il terrore in centro America finendo per ammazzare all'incirca 200.000 persone, lasciandosi dietro 4 paesi in rovina. Dal 1990, quando gli Stati Uniti sono tornati ad avere il controllo su di loro, sono scivolati ancora più profondamente verso la povertà. Ora stanno facendo la stessa cosa per gli stessi motivi - stanno varando un programma sociale a cui i cittadini sono fermamente contrari perché è contro i loro interessi. Ma l'avventurismo internazionale, l'evocare nemici in procinto di distruggerci, è cosa vecchia, suona familiare. Non l'hanno inventato loro, altri hanno fatto la stessa cosa, altri hanno tentato in passato la stessa cosa, ma loro sono maestri in tutto ciò e ora lo fanno ancora.

Io non voglio dire che non abbiano motivi per voler prendere il controllo dell'Iraq. Li hanno certamente - fondatissime ragioni che tutti ben conoscono. Il controllo dell'Iraq metterà gli Stati Uniti in una posizione di estrema potenza che li porterà a estendere il controllo sulle maggiori riserve di energia del mondo. Questo non è una cosa da poco.

Ma tieni presente come si sono succeduti gli eventi. È piuttosto singolare che la propaganda sia cominciata in settembre - che cosa è accaduto in settembre? È cominciata la campagna del Congresso ed era certo che i Repubblicani non avrebbero vinto se avessero lasciato che il tema delle riforme economiche e sociali avessero dominato la scena. Sarebbero stati spazzati via. Dovevano fare esattamente quello che hanno fatto negli anni '80. Nasconderli dietro il tema della sicurezza e in caso di una minaccia alla sicurezza il popolo tende a radunarsi attorno al presidente - una figura forte che può proteggerci da orribili pericoli.

La direzione più probabile cui tutto ciò può condurre [dopo una guerra con l'Iraq] sarà l'Iran, e possibilmente la Siria. La Nord Korea è un caso differente. Quello che stanno dimostrando al mondo con lampante evidenza è che se vuoi evitare l'aggressione degli Stati Uniti è meglio che tu abbia armi di distruzione di massa, o almeno una credibile minaccia terroristica. Non c'è nient'altro che possa fermarli - non possono essere impediti da armi convenzionali. Questa è una lezione terribile da trasmettere, ma è esattamente quello che è stato insegnato.

Per anni, i maggiori esperti hanno messo in evidenza come gli Stati Uniti stiano causando la proliferazione delle armi per la loro spregiudicatezza sì che gli altri non possano proteggersi se non con WMD [armi di distruzione di massa N.d.T.] o con la minaccia del terrorismo. Kennet Waltz ha recentemente fatto luce su questo. Ma anni fa, anche prima dell'amministrazione Bush, eminenti commentatori come Samuel Huntington evidenziavano su Foreign Affairs, il maggior giornale dell'establishment, che gli Stati Uniti stavano seguendo una brutta strada. Huntington parlava dell'amministrazione Clinton ma disse che, per la maggior parte del mondo, gli Stati Uniti sono considerati uno stato canaglia e la maggiore minaccia alla loro esistenza. Infatti una delle questioni più evidenti sull'opposizione alla guerra oggi, anche questa senza precedenti, è come si sia espansa lungo tutto l'arco politico, cosicché i due maggiori giornali politici internazionali, Foreign Affairs e Foreign Policy hanno pubblicato, proprio nelle ultime edizioni, articoli molto critici da parte di autori di primo piano che in questo caso si oppongono al ricorso alla guerra.

L'Accademia Americana delle Arti e delle Scienze, che raramente prende posizione su argomenti attuali e controversi, ha appena pubblicato un lungo monogramma su questo argomento a cura del comitato sulla sicurezza internazionale dando, nel modo più amichevole possibile, una relazione sulla posizione dell'amministrazione Bush che semplicemente la smonta pezzo dopo pezzo su argomenti molto ristretti - molto più ristretti di quello che io avrei preferito - ma ciò non toglie che sia stato un successo.

[C'è] ora molta paura e preoccupazione per questo avventurismo, qualche analista lo ha chiamato "sciocche fantasie da salotto". La mia preoccupazione è più " cosa tutto questo causerà agli Iracheni" e "Cosa accadrà in quella regione?" ma i pensieri degli altri sono " Cosa accadrà a noi?"

Matthew Tempest: Se alla fine della "liberazione" in Iraq non dovesse essere ristabilita la democrazia pensi che la propaganda ne sarà danneggiata?

NC: Fai bene a parlare di propaganda. Se quello cui mirano veramente è una guerra, perché non lo dicono chiaramente? Perché mentono al resto del mondo? Qual è lo scopo di avere gli ispettori? Secondo questa propaganda, tutto ciò che viene detto in pubblico è una farsa - Non ce ne frega niente delle armi di distruzione di massa, non ci interessa del disarmo, noi abbiamo un altro obbiettivo in mente, che non ti diremo, e quello è, tutto ad un tratto, il ripristino della democrazia attraverso una guerra. Bene, se questo è l'obbiettivo, smettiamola di prenderci in giro e mettiamo fine alla farsa degli ispettori e di tutto il resto, diciamo semplicemente che stiamo in una crociata per riportare la democrazia nei paesi che soffrono per colpa di miserabili dittatori. Attualmente questa è una classica crociata, questo è quello che cova dietro gli orrori delle guerre coloniali e il loro equivalente moderno, e abbiamo una sacco di esempi per mostrare come tutto ciò funzionava. Non è un evento nuovo nella storia.

In questo caso particolare non puoi predire cosa accadrà una volta che la guerra sia partita. Nel caso peggiore potrebbe accadere quello che i servizi segreti e le organizzazioni di aiuto stanno preannunciando - ossia un incremento del terrorismo come deterrente o vendetta, e per la gente dell'Iraq, che sono sull'orlo della sopravvivenza, potrebbe essere una catastrofe umanitaria, di cui le organizzazioni umanitarie e le Nazioni Unite ci hanno avvisato.

D'altra parte, è possibile che succeda quello che i falchi a Washington sperano - una vittoria rapida, nessun combattimento di cui parlare, imposizione di un nuovo regime, una democrazia di facciata, essere sicuri che gli americani abbiano una grande base militare, e controllino effettivamente il petrolio.

Le chances che permettano niente che anche solo minimamente si avvicini alla democrazia sono pressoché nulle. Ci sono troppi problemi seguendo quella strada - problemi che hanno motivato Bush senior ad opporsi alla ribellione nel 1991 che avrebbe potuto rovesciare Saddam. Dopo tutto quello che è successo nel 91, sarebbe stato deposto se solo gli Stati Uniti non avessero autorizzato Saddam a spezzare la ribellione.

Uno dei problemi maggiori è che all'incirca il 60% della popolazione è Sciita. Se ci fosse una qualsiasi forma di democrazia loro potrebbero dire la loro, avere peso veramente, in un governo futuro. Gli Sciiti Iracheni non sono pro-Iraniani ma ci sono possibilità che la maggioranza degli Sciiti voglia unirsi al resto della regione cercando di incrementare le relazioni con l'Iran e ridurre il livello generale di tensione regionale riunendosi poi con esso. Ci sono state mosse in questa direzione fra gli stati Arabi e la maggioranza degli Sciiti in Iraq è favorevole a tutto ciò. Questa è l'ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono. L'Iran è il loro prossimo bersaglio.

Gli Stati Uniti non vogliono che ci siano relazioni più strette. Per di più se la maggioranza Sciita riesce ad avere voce in capitolo sulla formazione del governo, la minoranza curda vorrà qualcosa di simile. E pretenderanno la realizzazione di un certo grado di autonomia nelle regioni del nord. Bene, i Turchi non lo permetteranno mai. La Turchia ha già migliaia di soldati nell'Iraq del nord principalmente per prevenire ogni evoluzione in tal senso. Se ci saranno dei movimenti attorno a Kirkuk, che [i curdi N.d.T.] ritengono come la loro capitale, la Turchia si muoverà per impedirla, e gli Stati Uniti gli daranno sicuramente una mano, visto che gli Stati Uniti hanno aiutato pesantemente la Turchia nelle sue atrocità contro la popolazione curda negli anni '90 nelle regioni del sud-est. Ciò che potrà essere tollerato è una dittatura militare con una facciata di apparente democrazia con un parlamento che vota con i militari che controllano - è una cosa familiare - oppure restituire il potere alla minoranza sannita che la deteneva in passato.

Nessuno può predire ciò che accadrà. Non si sa cosa può succedere quando si scatena una guerra. La CIA non ce lo può dire, Rumsfeld non lo sa, nessuno lo sa. Può essere una qualsiasi delle ipotesi prospettate. Questo è il motivo per cui le persone sane di mente rifuggono dall'uso della violenza a meno che non ci siano ragioni inderogabili per prendersene la responsabilità - i pericoli sono semplicemente troppo grandi. Comunque è scioccante che né Bush né Blair presentino niente di tutto ciò come il vero obbiettivo della guerra. Sono per caso andati al Consiglio di Sicurezza e hanno detto facciamo una risoluzione per l'uso della forza per ristabilire la democrazia in Iraq? Certo che no. Perché sapevano che gli avrebbero riso tutti dietro.

Bush e la sua amministrazione hanno ribadito al consiglio in novembre molto chiaramente e direttamente che le Nazioni Unite sarebbero state "rilevanti" se autorizzeranno le autorità americane a fare ciò che vogliamo, usare la forza quando vogliamo e come vogliamo, e se le Nazioni Unite non ci daranno l'autorizzazione saranno irrilevanti. Non poteva essere più chiaro.

In pratica hanno detto abbiamo già l'autorità per fare ciò che vogliamo, potete stare con noi e assecondare le nostre decisioni altrimenti siete irrilevanti. Non ci sarebbe potuto essere un modo più esplicito e chiaro di informare il mondo che non ce ne frega nulla di quello che pensa, noi faremo lo stesso quello che ci pare. Questa è una delle ragioni principali per cui l'autorità dei leader statunitensi sta sprofondando nei sondaggi dell'economia mondiale.

Alcuni paesi presumibilmente seguiranno gli Stati Uniti - ma senza aver paura [di Saddam].